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Guerra, siccità e morte nel corno d’Africa

Nord Kenya allo stremo,
non piove da due anni.
E la carestia uccide
L’acqua è venduta a peso d’oro.
Le tribù lottano
a colpi di machete

DOMENICO QUIRICO

Le tre ragazze lo raccontano con una gioia piena, inesauribile, come se fossero Sherazade. Adesso stanno accucciate a un passo dalla sponda che è diventata savana secca e riarsa, nella sabbia bollente e nella crepitante calura. Prima, non era così. Erano loro le prime a svegliarsi all’alba e il mondo attorno ancora dormiva: per andare ad attingere l’acqua.
Non era fatica, quella. L’acqua era vicina, si scendeva la dolce scarpata sabbiosa del fiume. La raccoglievano nelle catinelle metalliche e nei Nsecchi di plastica che poi, aiutandosi a vicenda, si mettevano in equilibrio sulla testa. Chiacchierando e ridendo si inerpicavano per tornare al villaggio. Il sole sorgeva ed era già cattivo, scaldava subito i recipienti. E l’acqua, quella benedizione, palpitava e luccicava come fosse argento prezioso.

Ora al mattino possono levarsi tardi, ma è un dolore che si ripete ogni giorno. L’acqua la porta l’autobotte, quella del governo, che passa ogni tanto; oppure bisogna comprarla dai privati e costa cara. Il tintinnio dei catini e lo sciacquio che svegliavano la gente alla vita sono un ricordo. Perché il fiume, che era grande e largo, è a secco. È imprigionato in una luce bianca, cruda, rigida, di diamante. Ci camminano dentro come fosse una autostrada, si siedono a crocchi, quasi volessero aspirare, nei punti in cui la sabbia resta ancora umida, la freschezza antica.

Siamo nel distretto di Kakuma, nel Nord del Kenya, ai confini con Etiopia e Sudan. Qui al posto dei cartelli pubblicitari ci sono le insegne delle organizzazioni umanitarie: Pam, Unicef, Oxfam. E poi i gesuiti e i luterani, e i salesiani arrivati fin qui con la miracolosa utopia di Don Bosco. L’esercito, straordinario, della carità. I colori sono sbiaditi, si capisce che sono qui da tempo e a lungo resteranno. Il 37% degli abitanti soffre di denutrizione.

Africa: l’anno della siccità e della carestia. Che guizza rapida, agguanta regioni intere, che fino a ieri erano considerate fertili e verdi, a mazzi, avanza su un fronte di centinaia di chilometri. La Somalia con i suoi shabaab feroci è solo un capitolo, ormai la carestia è arrivata all’Uganda, strapazza le verdi colline che piacevano alla penna di Hemingway. Siamo venuti a scrutarne le piaghe nel Nord-Est del Kenya, le regioni del Turkana e del Wajir. Nella regione del Turkana il 30% ha bisogno di aiuto alimentare, il 90% tra loro vive con un dollaro al giorno. La carestia elimina ogni senso di complessità, riduce l’Africa, ancora una volta, a un pugno di slogan emotivi; la disperazione, la morte, gli aiuti.

A Kalokutonyang, dove distese ampie suscitano un senso di eccitazione spirituale e di libertà, un gruppo di donne spacca con le pietre un frutto raccolto nella savana. Fino a quando non l’ha ridotto in piccole scaglie da mangiare, per sé e per bimbi. Sono drappeggiate in vesti fiammanti, alte colonne di collane coloratissime trasformano il loro collo in una scintillante scultura. Bisogna stare in guardia, qui la miseria e la fame si nascondono dietro colori e paesaggi che stordiscono e ingannano. Ora che il bestiame è morto non c’è altro da mangiare. Il villaggio dispone di una piccola scuola che segue questi pastori nelle loro peregrinazioni. Sulle pareti, grandi pannelli che servono per insegnare ai bambini le parole (sono prodotti in India) mostrano, alla voce cibo, come esempi delle lettere torte colossali, gelati scintillanti, dolci pantagruelici.

La siccità non è una sciagura nuova, qui, si ripete con frequenza, la gente sapeva conviverci, dominarla alla fine con le strategie dei poveri. Anche il pastore che mi racconta cosa è successo ha ricordi belli che gli fanno scintillare gli occhi. «Prima» tra settembre e dicembre arrivavano puntuali le piogge, fiumi e torrenti si ingrossavano, ogni conca si trasformava in una riserva d’acqua. Si poteva affrontare senza paura la stagione magra, quella da gennaio a marzo. Poi da aprile altre piogge, anche se più deboli qui, più ricche più a Nord. «Prima» era così. L’anno scorso e quest’anno il periodo benedetto è stato cancellato, il bestiame ha sofferto, è arrivato magro e debole al periodo più duro dell’anno; e anche i raccolti sono stati scarsi. Da aprile c’è la più grande siccità da 60 anni e il bestiame ha cominciato a morire, soprattutto le pecore e le capre. Adesso mi guarda cattivo, incupito dal racconto, appoggiandosi al bastone da mandriano diventato quasi inutile, visto che il suo gregge non c’è più: «Ho visto siccità terribili e anche mio padre e mio nonno, ma quest’anno è diverso, l’erba non ha più il tempo di rispuntare, nasce morta».

Risaliamo la frontiera della carestia, dove si muove infaticabile il piccolo esercito dell’assistenza, i presidi dell’Unicef che distribuiscono cibo, assistenza medica, prevenzione, insegnano a raccogliere l’acqua e a usarla. Impediscono, finora, che l’emergenza diventi una catastrofe. Il paesaggio è come aspirato da un incendio gigantesco, tutto ha assunto il colore bruno delle pietre e delle montagne che fanno da sfondo minaccioso, colline spianate dal rullo di secoli infiniti, scabro triste. Perfino le acacie e la loro ombra magra si sono arrese alla sete. Un altro presidio perduto dove si distribuisce cibo e acqua. Ancora donne, carne viva di questa tragedia. Sono loro che camminano per chilometri per una bottiglia d’acqua, per un sacchetto di farina di mais. Sotto una tettoia, dove ronzano mosche infernali, inferocite dalla calura, fanno crocchio fitto attorno a due infermieri in camice bianco.